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Kárahnjúkar - I paradossi dello sviluppo                            DOCUMENTARIO

L'Islanda è certamente la nostra seconda patria. Al semplice stupore suscitato da spazi e scenari di commovente bellezza si è negli anni sostituito un sentimento di confidenza e quasi di complicità con la natura, con certe sensazioni e anche con lo spirito dei tanti islandesi con cui abbiamo stretto amicizia fraterna. Da questo corredo di emozioni è nato il nostro interesse per una vicenda ai nostri occhi incomprensibile: la realizzazione del Progetto Kárahnjúkar. 9 dighe in terra, fra cui la più imponente d'Europa, 3 laghi artificiali, 2 grandi torrenti deviati, una centrale idroelettrica da 690 MWatt, 1 fonderia per alluminio da 320.000 tonnellate annue. In altre parole 3.000 chilometri quadrati di terra vergine, l'area selvaggia più grande d'Europa, sconvolti per sempre per 700 posti di lavoro non qualificato, in una regione che non conosce disoccupazione.
Per anni, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di portare in Italia la voce di quegli islandesi che chiedevano aiuto per salvare la loro terra e la loro cultura dall'aggressione delle multinazionali.
Nell'estate del 2006, su iniziativa di Paola Melchiori, fondatrice dell'Università delle Donne, abbiamo deciso di realizzare un documentario che raccogliesse le testimonianze dei più autorevoli intellettuali islandesi, ma anche di semplici cittadini, impegnati attivamente in questa lotta pacifica e coraggiosa.

Comunicato stampa

Nell'immaginario comune l'Islanda è considerata un modello per quanto riguarda le politiche energetiche e il rapporto fra sviluppo economico e rispetto per l'ambiente. E' però sufficiente un breve soggiorno sull'Isola per comprendere come la conservazione del patrimonio naturale islandese sia in gran parte dovuta non ad una particolare consapevolezza ecologica diffusa nella popolazione, ma ad altri fattori come la bassa densità demografica e l'inclemenza del clima su parte del territorio. Oggi questi elementi non sono più sufficienti a garantirne l'integrità. Dal 2001 l'Islanda dispone infatti di una deroga al Protocollo di Kyoto che le consente un tasso pro capite di emissioni inquinanti ben superiore a quello degli altri Paesi europei. La sua potenziale disponibilità di energia idroelettrica e geotermica, la sua collocazione geografica e le concomitanti difficoltà economiche dell'industria pesante nei Paesi industrializzati ne stanno facendo una sorta di Eldorado per le multinazionali della siderurgia. Un territorio posto a metà strada fra Europa e Nord America, che offra energia a basso costo, vincoli ambientali meno severi che altrove e che disponga di spazi sconfinati e disabitati è luogo idale per l'installazione di grandi complessi industriali. La mano d'opera può essere convenientamente importata dai Paesi in via di sviluppo.
Negli ultimi anni il Governo islandese ha pianificato una serie di grandi opere finalizzate alla produzione di energia idroelettrica destinata esclusivamente all'industria siderurgica straniera. Entro il 2020 è previsto che tutti i grandi fiumi islandesi siano sfruttati per questo scopo attraverso sistemi di grandi dighe. I danni ambientali delle grandi dighe sono ormai documentati in tutto il mondo: dissesto idrogeologico, alterazione dei sistemi idrici superficiali e sotterranei, impoverimento della biodiversità nei mari antistanti le foci dei fiumi, desertificazione, erosione delle coste. La realizzazione di grandi complessi industriali destinati ad un unico tipo di produzione può avere un impatto sociale devastante, in particolare su società fragili come quella islandese. La grande industria può sottrarre forza lavoro ad altre attività a più elevato contenuto intellettuale o tecnologico determinando un impoverimento della diversità occupazionale ed una riduzione della richiesta formativa.
Il primo, drammatico effetto di questo disagio è la realizzazione del Progetto Kárahnjúkar: 9 grandi dighe in terra, fra cui la più imponenete di questo tipo mai realizzata in Europa, tre laghi artificiali, 70 km di tunnel sotterranei per deviare le acque di due fra i più importanti fiumi islandesi, una fonderia per alluminio da 320.000 tonnellate annue stanno distruggendo per sempre gli equilibri dell'area selvaggia più grande d'Europa. Il territorio già candidato ad ospitare il più vasto Parco Nazionale del Vecchio Continente, tremila chilometri quadrati di terra vergine in parte ancora inesplorati, il canyon più profondo ed esteso d'Europa, vengono cancellati per portare settecento posti di lavoro non qualificato in una regione che non conosce disoccupazione.
Il popolo islandese, pur in gran parte contrario a questa strategia economica, sembra incapace di esprimere il suo dissenso in maniera efficace. Alla base di questa difficoltà stanno ragioni culturali, più evidenti per via dell'isolamento, che rendono gli islandesi estremamente vulnerabili di fronte alle strategie di propaganda e di persuasione politica delle multinazionali. Per la prima volta nella sua storia il popolo islandese riconosce la sostanziale inadeguatezza della sua classe politica di fronte alle insidie della globalizzazione, ma comprende anche che i tradizionali metodi di dialettica democratica basati sul confronto pacato e sulla condivisione dei valori legati alla difesa dell'identità culturale comportano un'inerzia decisionale che non permete più di gestire con la necesaria consapevolezza processi di trasformazione economica di portata sovranazionale.
Quali mecanismi politici e culturali hanno impedito al popolo islandese di opporsi efficacemente a questa follia? Com'è possibile che tutto questo accada nel cuore dell'Europa? Come mai il ruolo delle donne islandesi è stato determinante nello sviluppo del movimento di opposizione al Progetto Kárahnjúkar e più in generale nella nascita di un punto di vista critico verso un certa concezione dello sviluppo e il sostegno indiscriminato all'industria pesante e allo sfruttamento idroelettrico?
Paola Melchiori, Paolo Cortini, Sabrina Ciccolo e Gisella Bianchi hanno posto queste ed altre domande ad alcune fra le più autorevoli figure del panorama intellettuale islandese, ma anche a comuni cittadini. Un soggiorno in islanda nato per cercare risposte concrete si è così trasformato in un affascinante viaggio nella tomentata coscienza nazionale di un popolo che sembra accorgersi, per la prima volta, che l'oceano non basta più, da solo, a tenere lontane le insidie di un mondo che cambia e che, a partire da questa posizione, si pone domande cruciali sul senso da dare al concetto di sviluppo.

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