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| Il Progetto Karahnjukar Riassunto Nel 2002, nel corso dei preparativi per l'organizzazione di un viaggio in Islanda, un Geologo italiano apprende da una guida islandese dell'esistenza di una regione straordinaria, sconfinata e, fino a pochi mesi prima, assolutamente irraggiungibile. Il fascino inquietante di questa terra vergine diviene in breve l'elemento portante del futuro viaggio di esplorazione. L'entusiasmo iniziale viene però gelato dalla consapevolezza che proprio l'isolamento di cui questa terra ha goduto ha accelerato il processo di realizzazione di un faraonico progetto industriale destinato a cancellare per sempre tremila chilometri quadrati di questo territorio. L'area selvaggia più grande d'Europa, la cui unicità stava per essere universalmente riconosciuta attraverso l'Istituzione del più vasto Parco Nazionale del continente, sembra destinata a scomparire nel silenzio, sommersa dalle acque di tre laghi arificiali e dalle esalazioni di una colossale fonderia. Il Progetto Karahnjukar è stato messo in discussione o apertamente denunciato dai principali organi di informazione negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Inghilterra (qui sulle pagine del Guardian attraverso la testimonianza della giornalista e scrittrice Susan De Muth, amica personale dell'autore). |
Presentazioni del documentario "Karahnjukar - i paradossi dello sviluppo" 31 marzo 2007 ore 16.00 Bologna Biblioteca Italiana delle Donne - Aula Magna Via del Piombo, 5 2 aprile 2007 ore 20.30 Treviso Palazzo Bomben Via Cornarotta, 7 Richiedi informazioni |
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| C'era una
volta, nel cuore dell'Islanda, una terra
straordinaria, un santuario della natura assolutamente incontaminato.
Era un luogo molto lontano dalla nostra percezione quotidiana, talmente
lontano da incutere un certo senso di smarrimento in chi si sia
trovato a percorrerne gli spazi sconfinati. E' la sensazione che
normalmente si prova in mezzo al deserto, o in mare aperto, quella
cioè di essere a tratti ostaggi di un orizzonte senza
confini. Solo renne e innumerevoli specie di uccelli popolavano quella terra, prigioniera ed interprete degli umori del Vatnajökull, più grande ghiacciaio del mondo dopo le calotte groenlandese ed antartica. Stiamo parlando dell'area selvaggia più grande d'Europa, già candidata a trasformarsi nel più vasto Parco Nazionale del Vecchio Continente. Era l'inverno del 2002 e stavamo pianificando l'itinerario per il prossimo viaggio in Islanda. Come altre volte avevamo scelto di coinvolgere nel progetto una guida locale. Hákon è un gigante dalle braccia forti e dal cuore tenero. Divide la sua esistenza fra Islanda e Tibet, ove conduce una ricerca per conto dell’Università di Reykjavík sulle sorprendenti analogie fra la mitologia vichinga e quella delle etnie hymalaiane. L’avevamo conosciuto nell’estate del 2001, durante uno dei due viaggi di perlustrazione. Fu lui a parlarci di una regione remota, negli altopiani orientali fra il Vatnajökull e la cittadina di Egilsstaðir, secondo lui il meglio che l’Islanda potesse ancora offrire. Disse che il governo stava costruendo una nuova strada e un ponte che avrebbero reso accessibile un vasto territorio, fino a quel momento pressoché inesplorato. Disse anche che potevamo fare base ad un rifugio ai piedi del vulcano Snæfell per raggiungere, con brevi spostamenti in fuoristrada, due impetuosi torrenti che drenano verso l'oceano le acque di fusione del ghiacciaio. Avremmo così potuto percorrere una serie di sorprendenti itinerari a piedi. Uno di questi, probabilmente mai percorso da uno straniero, ci avrebbe consentito di risalire il corso del torrente Jokulsá í Fljótsdal per ben diciassette chilometri. Un altro ci avrebbe portato in cima ad un canyon profondo quasi duecento metri. Ce n'era abbastanza per lasciarsi convincere. Hákon, in quella occasione, ci rivelò anche che se davvero volevamo inserire quei territori nel nostro programma di viaggio, non dovevamo perdere tempo perché quella nuova strada e quel ponte erano gli avamposti della più imponente opera pubblica mai realizzata nell’Isola. A suo dire si trattava di un disastro ambientale di dimensioni assolutamente uniche nella storia dell’Islanda: il Kárahnjúkar Project. Se l’avessimo seguito in questa avventura impegnativa saremmo stati gli ultimi ad avere la fortuna di vedere la regione di Kárahnjúkar così come Madre Natura l’aveva concepita, diremmo oggi, per il puro piacere di celebrare la sua potenza. Il clima e una cronica mancanza di strade e ponti, appunto, l'hanno sempre isolata sia dagli islandesi, sia dai turisti stranieri. Ci vollero alcuni mesi per realizzare quell’idea avventurosa, a cui ci eravamo ciecamente dedicati solo sulla base dei racconti e delle sensazioni di Hákon. Ai primi di settembre del 2003 con un gruppo di quindici persone, dopo aver attraversato l’isola da sud a nord lungo la pista che percorre la depressione fra i ghiacciai l’Hofsjökull e il Langjökull ci trovavamo sulle sponde del Lago Mývatn, pronti a partire per gli altopiani orientali. Eravamo preparati. Sapevamo che tutto ciò che i nostri occhi avrebbero visto in quei quattro giorni era già stato condannato a morte dalle nove dighe in terra del Progetto Kárahnjúkar. Da Mývatn imbocchiamo la n° 1 in direzione Est, poi la F907 verso Sud fino alla F910 e in vista del vulcano Snæfell prendiamo la F909 che porta all'unico rifugio della regione. Ci trovavamo così al centro di quell’immenso altopiano che dal fronte settentrionale del Vatnajökull degrada dolcemente verso Nord. L’unica asperità significativa, una sorta di boa nel mare di basalto muschio e ghiaccio, è costituita appunto dal vulcano Snæfell che dai suoi 1833 metri domina tutto il settore settentrionale del ghiacciaio. Chi riesce a raggiungere la vetta della montagna in una giornata serena - normalmente la cima è coperta di nubi - gode di uno dei panorami più suggestivi di tutta l'Islanda. Il Vatnjökull, infinito, è a due passi, con le sue lingue settentrionali che si protendono come tentacoli verso le zone pianeggianti a nord del ghiacciaio. A Nord Ovest si staglia il profilo inconfondibile dell'Herðubreið, circondato da una miriade di rilievi minori. La morfologia di questo territorio racconta con grande efficacia gli effetti dell'ultima epoca glaciale, anzi è più corretto dire che gli altopiani orientali sono il risultato dell’azione di due forze opposte: quelle costruttive legate all'attività vulcanica e quelle erosive esercitate prevalentemente durante le fasi di grande espansione glaciale, quando cioè un unico enorme ghiacciaio ricopriva praticamente tutta l'Islanda. In questo ambiente inospitale solo le cime più elevate riuscivano ad emergere dal ghiaccio. Tutti gli altri rilievi ne erano sommersi, e sottoposti all'azione erosiva provocata dal suo lento movimento. I detriti rocciosi prodotti in questo modo ricoprono oggi le depressioni fra un rilievo e l'altro generando estese aree perfettamente pianeggianti. Quando scorgiamo il rifugio Snæfellskali attraverso i finestrini della macchina non riusciamo a trattenere un sorriso. La struttura appare davvero velleitaria, quasi oppressa fra le colate laviche policrome dello Snæfell e il fronte settentrionale del Vatnajökull, un oceano di ghiaccio che chiude l'orizzonte verso Sud. In realtà è una casetta calda, accogliente e ben attrezzata che può ospitare una cinquantina di persone. La nostra prima meta, il mattino successivo, è il corso del torrente Jokulsá á Dal. Riprendiamo la F910, questa volta in direzione Nord, per immetterci, dopo una decina di chilometri, sul nuovo tratto della F909, quello realizzato nel 2003 per permettere ai mezzi pesanti provenienti da Egilsstaðir di accedere all’area di cantiere. Siamo diretti ad un’altura detta Sandfell, da cui dovremmo riuscire ad avere una visione ottimale sul tratto del torrente in cui verrà realizzata la più imponente delle nove dighe del Progetto Kárahnjúkar. Lungo il percorso siamo improvvisamente destati da un coro di suonerie elettroniche: tutti i nostri telefoni cellulari, muti da giorni, riprendono vita simultaneamente. E’ il segno che siamo entrati nell’area coperta dai ripetitori già installati per la nuova “città” che fra qualche mese ospiterà fino a quattromila operai. Scopriremo in seguito che si tratterà essenzialmente di cinesi, portoghesi e polacchi. Hákon, dopo un’ora abbondante di totale silenzio, decide di raccontarci in cosa consiste il Progetto Kárahnjúkar. Da Sandfell, infatti, si vede bene il rilievo su cui poggerà una delle due spalle della grande diga. La compagnia energetica islandese, la Landsvirkjun, studia, da tempo, la possibilità di installare un complesso industriale sulla costa orientale dell’isola utilizzando, eventualmente, l’energia idroelettrica prodotta sfruttando gli emissari del Vatnajökull. Il progetto viene pianificato alla fine degli anni novanta in collaborazione con la Norsk Hydro, multinazionale norvegese dell’alluminio. Il progetto prevede la costruzione di un fonderia presso Rejdarfjordur e di una grande centrale idroelettrica capace di alimentarla. Ad agosto 2001 l’Agenzia Nazionale per la Pianificazione, organismo indipendente incaricato di valutare lo studio di impatto ambientale presentato dalla Landsvrkjum, dichiara che “non esiste prova che i vantaggi economici derivanti dalla realizzazione del Progetto compensino i sostanziali, irreversibili, negativi effetti sull’ambiente”. Nonostante questo responso il Ministro per l’ambiente, fra le proteste di almeno metà dell’opinione pubblica, di numerosi esponenti del mondo accademico e di tutte le associazioni ambientaliste, approva il progetto alla fine di dicembre. Improvvisamente, senza alcuna apparente spiegazione, nel marzo del 2002 la Norsk Hydro decide di ritirarsi dall’operazione per una “rivalutazione della propria strategia”. A questo punto entra in gioco l’americana Alcoa, colosso mondiale dell’alluminio, in cerca di opportunità per abbattere i costi di produzione e compensare così la chiusura di due grandi stabilimenti negli Stati Uniti. Nel giugno 2002 Alcoa e Landsvirkjun raggiungono un accordo per lo studio del progetto e il 15 marzo 2003, con il Governo islandese, firmano il contratto. Il progetto prevede la costruzione di una fonderia da 320.000 tonnellate annue di alluminio e di una centrale idroelettrica da 690 MW. L’acqua necessaria alla centrale sarà prelevata da tre laghi artificiali ottenuti sbarrando il corso dei torrenti che attraversano la regione. Saranno necessarie nove dighe in terra. La sola Kárahnjúkastífla Dam sul fiume Jokulsá á Dal, con i suoi 193 metri di altezza, 730 metri di lunghezza ed un volume approssimativo di 8,5 milioni di metri cubi, sarà la più grande diga in terra d’Europa. L’acqua dei tre laghi, posti ad est e ad ovest del vulcano Snaefell, sarà portata alla centrale attraverso settanta chilometri di tunnel sotterranei scavati con macchine TBM. L’Alcoa si impegna a finanziare due terzi delle nuove strade, ponti e infrastrutture necessari alla realizzazione del progetto. La Landsvirkjun venderà interamente all’Alcoa l’energia elettrica prodotta dalla centrale ad un prezzo estremamente basso che comunque potrà oscillare in funzione delle variazioni del prezzo di mercato dell’alluminio. Essendo la Landsvirkjun un ente statale significa che se il valore dell’alluminio dovesse scendere gli unici a pagare sarebbero gli islandesi. Il governo gioisce attraverso una martellante campagna pubblicitaria che spiega come la fonderia risolverà i problemi di disoccupazione ed emigrazione che attanagliano l’est dell’Islanda. Non tutti appaiono però così entusiasti. Nel 2001 l’Islanda è riuscita ad ottenere una esenzione dai vincoli del Protocollo di Kyoto. Come conseguenza il nuovo stabilimento di Reyðarfjörður potrà emettere in atmosfera 12 chilogrammi di anidride solforosa per tonnellata di alluminio prodotta, contro gli 0,455 chilogrammi dello stabilimento progettato a suo tempo dalla Norsk Hydro per il quale era stata scelta la tecnologia produttiva “wet scrubber”, molto meno inquinante. Su base annua significa 3.900 tonnellate di anidride solforosa emessa contro le 190 dello stabilimento della Norsk Hydro. Alcuni grandi finanziatori, fra cui la Banca Europea per gli Investimenti, hanno deciso di non concedere alcun sostegno economico al Progetto, che complessivamente sconvolgerà gli equilibri di una regione vasta 3000 chilometri quadrati, pari al 3% del territorio nazionale. Una volta a regime la fonderia darà lavoro stabile a circa 700 persone, compreso l’indotto. Molti si chiedono se abbia senso distruggere per sempre un’area incontaminata così vasta per settecento posti di lavoro. Quanto tempo impiegheranno i fiumi che provengono dal Vatnajökull, notoriamente carichi di materiale in sospensione, per colmare di sedimenti i laghi artificiali? Qualche decennio? E poi? A cosa sarà servita una simile devastazione? Com’è possibile che tecnologie industriali che non si dimostrano più competitive negli altri paesi occidentali appaiano valide nella ricca e carissima Islanda? Ci trasferiamo sulla sponda occidentale del torrente, proprio di fronte alla collina di Kárahnjúkar. Qui i lavori sono già cominciati. Una serie di escavatori e pale gommate sta sventrando il fianco della collina affacciato su un canyon di cui non riusciamo nemmeno a vedere il fondo. Gli escavatori stanno a monte e rimuovono lo strato di cenere vulcanica che riveste la roccia sottostante più compatta; le pale gommate spingono la cenere verso valle finché questa, sotto il proprio peso, precipita nel canyon. A questo punto le pale gommate arretrano velocemente per evitare di essere a loro volta travolte dalla massa di cenere che precipita. Non abbiamo mai visto nessuno lavorare in queste condizioni. Ci allontaniamo dalla zona dei cantieri per dirigerci più a Nord, giusto un paio di chilometri. Un sentiero ci permette di raggiungere in pochi minuti il margine superiore del canyon di Dimmugljúfur. Per nostra fortuna i lavori non ci impediscono ancora di godere di uno spettacolo naturale di incomparabile bellezza. Di fronte a noi e sotto i nostri piedi si stagliano due pareti di basalto alte quasi 200 metri. E’ il canyon più grande d’Europa. In fondo scorre potente il torrente Jokulsá á Dal, autore insieme al ghiacciaio da cui proviene, di questo straordinario monumento naturale. Anche in questo caso la ricerca delle origini del canyon ci porta all’epoca in cui i ghiacci erano padroni del territorio. Per migliaia di anni, protetto da uno spessore di ghiaccio di centinaia di metri, il torrente ha potuto scorrere nel silenzio con il suo carico di detriti abrasivi. Sfruttando le linee di debolezza del substrato roccioso l’acqua ha lentamente creato quella voragine che ha visto per la prima volta la luce al momento del ritiro dei ghiacci. La diga non distruggerà completamente questo tratto di canyon, semplicemente ridurrà il torrente ad un limpido rigagnolo insignificante. Il suo carico di sedimenti, che per migliaia e migliaia di anni ha alimentato il Lagarfljót e il corso settentrionale del torrente decanterà sul fondo del nuovo lago artificiale esponendo tutto il tratto a valle della diga all’erosione. Ad oggi nessuno appare ragionevolmente in grado di prevederne le conseguenze. Ritorniamo al rifugio con il nostro carico di nuove emozioni. Hákon, per rompere il silenzio, ci annuncia sornione che la notte ci regalerà un’aurora boreale indimenticabile, se avremo la determinazione di restare svegli. Anzi, sarà lui a vegliare per noi, impegnandosi a chiamarci al momento giusto. Non ce ne sarà bisogno. Mentre siamo a tavola per la cena Hákon irrompe trafelato nel tepore della stanza urlando a pieni polmoni con la sua voce acuta “Aurora Borealis!". Una sorta di immensa tenda policroma ondeggia in un cielo ancora illuminato dagli ultimi chiarori di un tramonto infinito. Resistiamo estasiati con il naso all’insù finché il gelo ce lo permette. Poi rientriamo, vocianti, sotto lo sguardo curioso e divertito degli altri avventori locali, avvezzi a simili spettacoli. Il mattino successivo partiamo di buon’ora diretti alla fattoria di Kleif, lungo il torrente Jokulsá í Fljótsdal. Osservando le carte in nostro possesso riteniamo di poter risalire a piedi i diciassette chilometri che separano la fattoria dal sito in cui sarà realizzata la seconda diga, la Ufsarstifla Dam. Non sappiamo cosa incontreremo lungo il percorso. Per sicurezza, e per non dover tornare indietro per riprendere la macchina, ci organizziamo in modo che Hákon porti il suo furgone 4X4 nella zona della futura diga e ci venga poi incontro percorrendo a ritroso il nostro stesso itinerario. Il percorso, effettivamente privo di qualsiasi evidenza di presenza umana, se si esclude una traccia di sentiero che scompare poco oltre le ultime case della fattoria, è una vera rivelazione. Per diciassette chilometri camminiamo parallelamente al torrente su un altopiano verde solcato occasionalmente da rivoli d’acqua. Di fronte a noi vigila il vulcano Snæfel coperto di ghiaccio e nubi. Alla nostra sinistra si svolge lo spettacolo dello Jokulsá í Fljótsdal che, scorrendo in un ampio alveo inciso nel basalto, si esibisce in almeno una dozzina di imponenti cascate. Il torrente, sparirà completamente nel 2006, intrappolato dalla Ufsarstifla Dam, 620 m di lunghezza, e convogliato in un tunnel sotterraneo di 6,5 m di diametro. Quando scorgiamo all’orizzonte il fuoristrada di Hákon siamo davvero stanchi, ma anche orgogliosi per aver avuto l’opportunità unica di vivere una giornata indimenticabile. Termina qui la nostra prima esplorazione negli Highlands orientali. Un’ultima corsa in macchina ci riporterà per un attimo ad attraversare questa terra straordinaria nel nostro spostamento verso Egilsstaðir. Qui faremo i rifornimenti per la seconda parte del viaggio, quella dedicata alla costa sud orientale, al Parco Nazionale di Skaftafell e alle cascate a sud del Mirdalsjökull. Ripenseremo spesso alle ore trascorse in compagnia dei due grandi torrenti, attori sconosciuti dal talento superiore, ma che recitano in un teatro senza pubblico. Ai primi di settembre del 2004, giusto un anno dopo, siamo tornati a Kárahnjúkar. Questa volta ci accompagna Guhnnar, un islandese che ha una certa confidenza con l’acqua e con le dighe. Guhnnar ha lavorato in tutto il mondo come sommozzatore specializzato in interventi estremi di meccanica a grande profondità. Si calava nel buio assoluto e angusto di condutture sommerse, in impianti di ogni genere, per eseguire riparazioni in situazioni in cui bisognava resistere al freddo, alla corrente e alla paura. Oggi accompagna i turisti con un veicolo che sarebbe fuori luogo in qualsiasi altro posto: 6000 cc per dodici comodi posti su quattro ruote motrici alte come un uomo. Il suo primo fuoristrada l’ha avuto a quindici anni, ma non potendolo ancora guidare, si è fidanzato con la sua vicina di casa, che ne aveva diciotto. Si faceva portare in giro da lei. Insieme constatiamo che i lavori hanno fatto notevoli passi in avanti. Il canyon di Dimmugljúfur è stato quasi riempito e l’acqua dello Jokulsá á Dal scorre in due tunnel sotterrarei provvisori che servono per lasciare asciutto il settore in cui sono in corso i lavori. Ormai il villaggio di containers che ospita gli operai con le loro famiglie è diventato una città, per la precisione è la terza dell’Islanda, avendo recentemente superato Egilsstaðir come numero di abitanti. Parlando del progetto Gunnhar ha dato una interpretazione che ci ha lasciati davvero perplessi, ma che alla fine si è rivelata illuminante. Secondo lui gli islandesi non sono riusciti a comprendere quello che sta realmente succedendo là in quella regione remota fino ad un paio di anni fa praticamente sconosciuta anche a loro. Quando avranno constatato che le emissioni gassose della fonderia hanno avvelenato la loro purissima aria, che i loro fiumi e le loro pianure sono secchi, che il dissesto idrogeologico e l’erosione stanno consumando la loro verde e delicata terra, decideranno di abbandonare la regione di Egilsstaðir. Sarà così di nuovo aperta la strada ad operai stranieri dalle pretese economiche enormemente più modeste. Ecco come il nuovo alluminio islandese potrà essere economicamente competitivo. Con un investimento iniziale consistente, energia elettrica a basso costo, tecnologie vetuste e salari da terzo mondo è possibile produrre alluminio competitivo anche nella ricca Europa. Gli islandesi corrono così il rischio di perdere per sempre la loro splendida terra per avere in cambio una piccola fabbrica di proprietà straniera che funziona con mano d’opera straniera. Questo scenario potrebbe apparire azzardato, assolutamente pessimistico. In realtà qualcosa di molto simile avviene già per la costruzione delle dighe. Gli appalti più consistenti sono stati vinti da imprese straniere, fra cui l’italiana Impregilo, che utilizzano prevalentemente operai stranieri: portoghesi, cinesi e polacchi. Impregilo sta realizzando la più grande delle nove dighe e i tunnel sotterranei per complessivi 500 milioni di euro, circa la metà del valore dell’intero investimento a carico della Landsvirkjun. In contrasto con le aspettative iniziali, gli islandesi impegnati nel progetto rappresentano già oggi una sparuta minoranza. Quale destino avrebbero avuto questi straordinari monumenti naturali se solo fossero sorti in aree più accessibili? Penso al canyon di Dimmugljúfur: probabilmente sarebbe noto a tutti, in Europa. Probabilmente lo avremmo visto fotografato sui libri di scuola, come il geyser di Strokkur, la cascata di Svartifoss, o le Tre Cime di Lavaredo. Probabilmente avrebbe fornito lo scenario ideale per film di azione o per gli spot pubblicitari di auto lussuose, come avviene tutti gli anni per Jökullsárlón, la laguna degli iceberg sulla costa sud orientale. Invece l’isolamento totale di cui questa regione ha da sempre beneficiato è rivelato oggi controproducente. Nell’epoca della comunicazione globale in tempo reale, nessuno conosce il canyon di Dimmugljúfur, il canyon più grande d’Europa. Ciò che non passa attraverso i mezzi di comunicazione di massa non esiste. E se non esiste ne puoi fare ciò che vuoi, anche distruggerlo, come se l’unico aspetto davvero globalizzato fosse l’inconsapevolezza. Molti però hanno visto o sentito parlare di un distributore di idrogeno nel centro di Reykjavík. Questo sì che non esiste, ma è bastato far circolare questa notizia su riviste e telegiornali per diffondere l’idea che l’Islanda fosse all’avanguardia nella difesa dell’ambiente. Nei giorni in cui veniva posata la prima pietra a Kárahnjúkar gli ambientalisti di tutto il mondo venivano magistralmente dirottati nella rete della “pesca alle balene”, altro problema che non esiste, visto che il giro d’affari del “whale watching” supera di gran lunga quello legato ad una eventuale ripresa della pesca. Purtroppo gli islandesi sono pochi, poco più di duecentocinquantamila anime, forse troppo pochi per riuscire a ribellarsi ad un meccanismo più grande di loro, forse troppo pochi per gridare fino a noi che è assurdo che duecentocinquantamila anime abbiano bisogno della diga più grande d’Europa per dare lavoro a settecento di loro. |
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